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[Our view] Il fast fashion nelle vie dell’alta moda? Risponde Pierluigi Marinelli

Marinelli (Gruppo Teddy): “Se le catene del fast fashion dovessero entrare nelle vie dell’alta moda, la clientela che frequenta queste vie cambierebbe, creando qualche difficoltà ai negozi di alta moda”


copertinalargoconsumoIl fast fashion sta espugnando i luoghi del lusso di molte città, Milano in testa, dove i vari H&M, Zara Home, Pin-Up Stars, si stanno sostituendo ai Prada, ai Gucci, ai Dolce & Gabbana.

Come riportato da Pambianco, arriverà il giorno in cui anche nel Quadrilatero di Montenapoleone le grandi griffe lasceranno gradualmente il posto alle insegne del pronto moda, più vicine ad una maggioranza di consumatori con sempre minori disponibilità?

Risponde Pierluigi Marinelli, Direttore sviluppo Gruppo Teddy

Se ci domandiamo se sia oggi conveniente e utile per il fast-fashion essere presente in collocazioni prestigiose, dobbiamo prima di tutto capirci sul concetto di high street e se con questo termine si intendono le vie di grande traffico, come Vittorio Emanuele, via Torino e Corso Buenos Aires diMilano, oppure, sempre a Milano, le vie dell’alta moda come Montenapoleone, Spiga ecc. In merito alle prime pensiamo che, per un brand low cost, rappresentino più un modo per fare pubblicità al proprio marchio, che per ottenere un profitto in linea con gli obiettivi.

Credo che simili location siano anche utili per imprimere nella mente del consumatore la propria esistenza. In prospettiva questi negozi, molto visibili per il grande afflusso della popolazione residente e dei turisti, possono risultare ottimi supporti per la vendita on line, che si avvale delle esperienze dirette presso i negozi, al fine di regalare una customer experience ai propri clienti, da monetizzare poi sulla rete.

Per il secondo caso – vie dell’alta moda – invece reputo che non ci sia nessun vantaggio per le catene low cost. Comunque, se tali catene dovessero entrare in maniera massiccia nelle vie dell’alta moda, di certo la clientela che frequenta queste vie cambierebbe rispetto a quella odierna, creando qualche difficoltà ai negozi di alta moda che, al contrario, vivono di esclusività.

I veri profitti, in ogni modo, vengono fatti in vie meno blasonate, ma ugualmente di rilievo e nei centri commerciali. Anche qui occorre però distinguere i vari casi, dato che ci sono shopping center, come per esempio il futuro Westfield Milano, che è da catalogare, per ampiezza di bacino, immagine, filosofia di gestione, proposte di brand e novità di concept fra le più rinomate high street delle più celebri capitali.

A volte qualcuno si chiede se, in un mondo altamente informatizzato, abbia ancora senso parlare di high street. Io ritengo assolutamente di sì. Chi l’ha detto che l’e-commerce debba spazzare via il retail? Come si possono inoltre comprare alcuni prodotti, spesso personali come certi capi di abbigliamento – tutto diverso per esempio il discorso di libri o Dvd -, senza un’occasione di contatto umano? Le due attività di vendita sono oggi funzionali l’una all’altra, compatibili e integrabili. Basti dire che Amazon, il più forte dei retailer on line, sta aprendo anche negozi fisici.

Autore: Salomone Luca, Largo Consumo 01/2017 – pagina 96